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Amore e Psiche

1589

Zucchi Jacopo
Firenze 1540-41 - Roma 1595-96)


Con buona probabilità, la commissione della tela – l’unica firmata e datata dall’artista – può essere legata per il suo significato alle nozze tra Ferdinando I de Medici e Cristina di Lorena, avvenute a Firenze nel 1589. L’incarico a Jacopo Zucchi avvalora tale ipotesi considerando i saldi rapporti dell’artista con la famiglia medicea, sebbene si debba tener presente che alla data di esecuzione del dipinto il pittore non fosse più legato a Ferdinando, il quale aveva lasciato l’Urbe nel 1587, alla morte del fratello Francesco I.

Il dipinto raffigura il momento saliente della favola di Amore e Psiche, in cui la fanciulla scopre il suo amante addormentato, presto colpito da una goccia d’olio bollente caduta dall’elaborata lampada.

Zucchi, celebre per le raffigurazioni di soggetti mitologici, si dimostra pittore raffinato e attento ai modi del suo tempo, tanto da ricollegarsi direttamente non solo a Michelangelo Buonarroti e agli altri scultori toscani dell’epoca, ma anche alla tradizione nordica per la precisione dei dettagli, fra cui i fiori, i gioielli e le stoffe, spesso eseguiti con la collaborazione del fratello Francesco.


Scheda tecnica

Materia / Tecnica | olio su tela


Misure | cm 173 x 130


Inventario | 10

Posizione | Sala 16 – Sala ​della Flora


Periodo | '500


Tipologia | pittura


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La tela rappresenta un celebre episodio raccontato da Apuleio nelle sue Metamorfosi. Psiche, fanciulla dotata di straordinaria bellezza, decide di scoprire l’identità del giovane amante, introducendosi di notte nella sua alcova, con in mano un pugnale e una lampada ad olio. Avvicinatasi al corpo del bellissimo dio, incautamente lascia cadere dalla lanterna una goccia di grasso bollente che, sfiorando il viso del ragazzo, lo farà svegliare e scappare via.

Questa scena, variamente dipinta nel corso dei secoli, è stata ambientata da Jacopo Zucchi all’interno di una lussuosa stanza, incorniciata da un tendaggio rosso che mette in evidenza i corpi dei due protagonisti: Psiche, agghindata unicamente con una cintura fatta di perle e pietre preziose; e Amore, la cui posa semisdraiata richiama alla mente la Divinità fluviale di Michelangelo Buonarroti. Senza dubbio, infatti, il dipinto tiene conto del clima culturale fiorentino, come si evince sia dai corpi allungati, trattati alla maniera del Giambologna, sia dalle citazioni michelangiolesche, come la figura femminile riprodotta sulla spalliera del letto, alle spalle dei due amanti, un chiaro rimando alla Notte eseguita da Buonarroti per la decorazione delle tombe medicee nella Sacrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze. Come ha osservato infine Kristina Hermann Fiore (2013), il legame con la scuola fiorentina è inoltre attestato dalla lucerna esibita da Psiche, elemento cardine di questo quadro, nonché simbolo dell’Accademia del Disegno di Giorgio Vasari, di cui lo stesso Zucchi era membro.

Nonostante la certezza dell’autografia e della datazione – l’opera è datata e firmata sulla faretra in basso a destra – la tela ha suscitato un vivace dibattito critico inerente il suo ingresso in collezione Borghese e l’originaria proprietà Aldobrandini. Tale questione è stata chiarita nel 1996 da Ilaria Miarelli Mariani che ha risolutivamente messo un punto alla storia sostenendo la contemporanea presenza di due diversi quadri – dal soggetto analogo – nelle collezioni delle due famiglie romane. Secondo la studiosa, infatti, il quadro di Zucchi faceva già parte con buona probabilità del nucleo di dipinti di proprietà del cardinale Scipione Borghese, confuso con quello di Pietro Aldobrandini citato da Giovanni Battista Agucchi nel 1603 e ricordato nel 1626 nella collezione di Olimpia Aldobrandini. La tela di Zucchi è stata infatti identificata con quella segnalata nell’inventario Borghese del 1630 come “Un quadro d’Ipsica con Cupido colco, alto 6 e largo 5, Zucca”, e con l’opera descritta nella stanza accanto alle scale nella guida di Iacomo Manilli del 1650 (“Psiche che con la lucerna in mano vuol riconoscere Cupido”). Nell’inventario del 1693, la descrizione risulta ancora più dettagliata sebbene, come si legge, l’attribuzione risulti errata: “un Amore che dorme con fiori attorno con una Venere con una lucerna in mano, e dall’altra mano un Cortello con un Cagnolo colco con l’arco et il carcasso del n. 724 con cornice dorata dello Scarsellino di Ferrara”.

Con buona probabilità, la committenza della tela è legata a Ferdinando de’ Medici, a cui erano destinate originariamente altre due allegorie dello stesso pittore, oggi entrambe in collezione Borghese (invv. 292-293). Secondo la critica, infatti, è plausibile che quest’opera sia stata eseguita da Zucchi per le nozze tra il principe di casa Medici e Cristina di Lorena avvenute a Firenze nel 1589, sebbene si debba tener presente che nel 1587, alla morte del fratello Francesco I, Ferdinando aveva già lasciato l’Urbe.

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Sulla faretra in basso a destra: “IAC. ZUC. F. FAC. 1589”.

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Provenienza
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Roma, Scipione Borghese, 1630 (Corradini 1998; Hermann Fiore 2005);

Inv. 1693, st. VI, n. 2;

Inv. 1790, st. VI, n. 27;

Inv. fidecommissario 1833, p. 34;

Acquisto dello Stato, 1902.

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Mostre
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1940 Firenze;

1952 Napoli;

1992 Canberra;

1992 Melbourne;

1993 Roma;

1995 Bruxelles;

1995 Roma;

1996-97 Lecce;

1999 Roma;

2005 Firenze;

2005-06 Firenze;

2010 Milano;

2012 Roma;

2013 Firenze;

2013 Torino;

2013-14 Parigi;

2017-18 Firenze.

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1993 Marcone/Santucci;

2005 Laura Ferretti.

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Cornice
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Cornice ottocentesca decorata con quattro palmette angolari.

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