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RATTO DI PROSERPINA

1621-1622

Bernini Gian Lorenzo
(Napoli 1598 - Roma 1680)


L’opera raffigura il rapimento di Proserpina per mano di Plutone, dio degli Inferi. Il mito, presente sia in Claudiano sia in Ovidio, narra del rapimento della fanciulla sulle rive del lago di Pergusa, nelle vicinanze di Enna. La madre Cerere, dea delle messi, folle di dolore, ridusse alla siccità la terra, costringendo Giove a intercedere presso Plutone per consentire alla giovane di tornare da lei per sei mesi l’anno. Bernini rappresenta il momento culminante dell’azione: il dio fiero e insensibile sta trascinando Proserpina nell’Ade, i muscoli sono tesi nello sforzo di sostenere il corpo che si sta divincolando, tanto che le mani di Plutone affondano nella sua carne.

L’impianto della scultura è spinto fino ai limiti della stabilità dalle due figure che si ritraggono l’una dall’altra pur rimanendo frontali rispetto allo spettatore. L’avvitamento della fanciulla richiama il virtuosismo di gusto manierista, ma la potenza della plastica, la tensione dei muscoli, la tenerezza sensuale delle carni, l’intensità del sentimento esprimono un nuovo linguaggio espressivo, fondato su un naturalismo evidente nella straordinaria resa materica delle superfici. Attraverso lo studio costante della statuaria classica e il recupero degli strumenti antichi Bernini traduce nel marmo la poetica del racconto mitologico, confrontandosi con le potenzialità della stessa pittura.


Scheda tecnica

Materia / Tecnica | marmo bianco


Misure | altezza cm 255 (senza base)


Inventario | CCLXVIII

Posizione | Sala 4 – Sala degli ​Imperatori


Periodo | '600


Tipologia | scultura


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Scheda
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La commissione dell’imponente gruppo scultoreo è documentata da un acconto versato a Bernini dal cardinale Scipione Borghese nel 1621. Il pagamento di 300 scudi,registrato nel mese di giugno di quell’anno, si riferisce infatti a un acconto per “una statua di Plutone che rapisce Proserpina et una testa con busto di Papa Paolo V felice memoria che scolpisce in marmo per uso nostro”.

L’opera venne completata poco più di un anno dopo, dal momento che nel mese di settembre del 1622 poteva dirsi terminato il piedistallo in marmo bianco, oggi perduto, ma che le fonti ci documentano ornato da un distico di Maffeo Barberini: Quisquis humi pronus flores legis, inspice saevi/ me Ditis ad Domum rapi (O tu che chino al suolo cogli fiori, guarda me che vengo rapita nel regno del crudele Dite). La scelta dello scarpellino, l’intagliatore di marmi cortonese Agostino Radi, e, soprattutto, quella di accompagnare la descrizione del mito rappresentato dall’opera scultorea con i versi scritti dallo stesso Maffeo Barberini avrebbero caratterizzato anche l’Apollo e Dafne, l’altro grande gruppo scultoreo eseguito da Bernini per il cardinale Borghese di lì a pochi anni.

La stretta successione dei pagamenti indica che nello stesso mese di settembre 1622 il gruppo venne prelevato dallo studio di Bernini, situato nella zona di Santa Maria Maggiore, e che entro il seguente mese di ottobre l’opera, assicurata da una complessa armatura lignea appositamente progettata dal fidatissimo architetto Giovanni Battista Soria, fu trasportata alla Villa Ludovisi sotto la sua personale direzione.

Resta un margine di dubbio riguardo alla determinazione dell’esatto importo versato a Bernini per la realizzazione del Ratto di Proserpina e del reale inizio della sua lavorazione, sia per l’impossibilità di accertare il preciso momento di acquisto del blocco di marmo sia perché il pagamento finale dell’opera, effettuato solo nell’anno 1624, è di fatto un saldo cumulativo relativo alla completata esecuzione, oltre che del gruppo in esame, anche dell’Enea e Anchise e del David.

Il mutato e non favorevole contesto politico seguito all’elezione di Gregorio XV Ludovisi, assurto al soglio pontificio il 9 febbraio 1621, è verosimilmente all’origine della tempestiva scelta di Scipione Borghese di fare dono dello straordinario capolavoro berniniano a Ludovico Ludovisi, nuovo cardinal nepote e appassionato collezionista.

Le maggiori fonti del Seicento e del Settecento sono concordi nel considerare il Ratto di Proserpina all’interno del gruppo di opere realizzate da Bernini per la Villa Borghese: così la indica Baldinucci nel 1682 (il “bel gruppo del Ratto di Proserpina, che poco avanti lo stesso Bernino aveva per lui [il cardinale Borghese] scolpito”), mentre Maffei (1704) afferma nel testo che la scultura venne iniziata prima della morte del pontefice: “Fu scolpito dal Cavalier Gio: Lorenzo Bernino questo famoso gruppo negli anni suoi giovanili per il Cardinal Borghese, vivente Paolo V; ma assunto al Pontificato Gregorio XV, volendo il medesimo Cardinal far un nobil dono al Cardinal Ludovisi, non seppe scegliere di questo il più pregiato tra la regia suppellettile del suo palazzo”. Dello stesso tenore è la biografia di Domenico Bernini (1713), che la include addirittura tra le opere di scultura dell’artista all’interno della stessa Villa Borghese, nonostante il gruppo si trovasse all’epoca presso la Villa Ludovisi, anch’essa ubicata nei pressi della Porta Pinciana.

Nella rappresentazione della tradizionale iconografia del racconto mitologico narrato da Claudiano (De raptu Proserpine) e Ovidio (Metamorfosi, V, 385-424), Bernini attinge agli elementi del virtuosismo di epoca manierista, rapidamente superati da una sapienza tecnica fatta propria attraverso lo studio costante della statuaria classica e il recupero degli strumenti antichi. Se il complesso impianto della struttura e l’avvitamento della figura di Proserpina che si ritrae con violenza traggono ispirazione da precedenti esempi cinquecenteschi, la forza plastica dei muscoli di Plutone che si oppone alla torsione della fanciulla, la morbidezza delle carni e il sentimento di dolorosa intensità non trovano confronto nella statuaria contemporanea. Il nuovo linguaggio espressivo guarda all’antico, di cui la stessa collezione del cardinale Scipione poteva offrire modelli straordinari, come il celebre Gladiatore, riecheggiato nella postura possente e dinamica delle gambe di Plutone. Ma Bernini guarda anche a modelli contemporanei di fondamentale importanza, come la decorazione della volta della Galleria di Palazzo Farnese, portata a termine da Annibale Carracci nel 1601, dove il potente naturalismo rappresenta la sintesi tra la suggestione dell’arte classica e lo studio assiduo delle opere di Raffaello. L’ideazione e l’assoluta padronanza della tecnica con cui Bernini sfida i limiti fisici del marmo conducono a un nuovo linguaggio espressivo, mediante il quale il racconto del mito ci appare in tutta la sua verosimiglianza e l’imitazione della natura è raggiunta attraverso la straordinaria resa materica delle diverse superfici in un confronto diretto con le potenzialità della stessa pittura.

Demolita la Villa Ludovisi, in seguito alla lottizzazione di fine Ottocento, il Ratto di Proserpina fu trasferito nel nuovo palazzo Boncompagni Ludovisi, poi residenza della regina Margherita. Nel 1908 l’opera, acquistata dallo Stato, venne spostata nella Galleria Borghese e collocata al centro della Sala degli Imperatori. Il basamento attuale, che sostituisce quello originale, venne realizzato nel 1911 dallo scultore Pietro Fortunati.

 

 

 

Sonja Felici

 

 

 

 

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Provenienza
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Commissionato dal cardinale Scipione Borghese; collezione Ludovisi, 1622; Acquisto dello Stato, 1908.

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1998 Roma, Galleria Borghese

2017-2018 Roma, Galleria Borghese

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Restauri
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1995/ 1996 C.B.C. Coop. a.r.l.

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Fonti e bibliografia
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