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Ritratto di Domiziano

XVII secolo

ambito romano


Cesare Domiziano Augusto Germanico (81-96), l’ultimo imperatore della dinastia Flavia, è raffigurato con indosso la corazza anatomica e il mantello drappeggiato e fermato sulla spalla sinistra da una fibula circolare. Dallo stesso lato è girato il volto, che ha la fronte quasi coperta da una capigliatura compatta e i tratti fisiognomici resi in maniera piuttosto convenzionale.

L’opera fa parte di una serie di sedici busti imperiali in porfido e alabastro datati dalla critica al XVII secolo, provenienti dal Palazzo Borghese in Campo Marzio, dove sono documentati dal 1676, ed esposti nella sala IV della Villa Pinciana all’inizio del quarto decennio dell’Ottocento.


Scheda tecnica

Materia / Tecnica | porfido e alabastro orientale


Misure | altezza 90 cm


Inventario | CLIV

Posizione | Sala 4 – Sala degli ​Imperatori


Periodo | '600


Tipologia | scultura


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Il busto ritrae Cesare Domiziano Augusto Germanico, che guidò l’Impero romano dall’81 fino al suo assassinio, avvenuto nel 96. L’imperatore ha il viso rivolto leggermente verso sinistra e indossa il paludamentum, appuntato sulla spalla sinistra con una fibula tonda decorata con un motivo floreale, sopra alla lorica, la corazza che copriva solo il busto. Il volto presenta una fronte quasi completamente coperta dai capelli – nelle raffigurazioni antiche l’imperatore in età matura era ritratto con indosso la parrucca che usava per nascondere la calvizie –, e con una leggera protuberanza centrale, sopra alla radice del naso. Il viso, che l’imperatore aveva asciutto, è qui piuttosto pieno, le labbra sono insolitamente carnose e il mento non ha la caratteristica fossetta al centro. Si tratta di una raffigurazione convenzionale del soggetto, basata sull’utilizzo di alcuni caratteri distintivi noti inseriti in un volto che ricorre con fisionomia simile in altri busti della serie.

L’opera fa parte di un insieme di sedici busti in porfido e alabastro provenienti dal Palazzo Borghese in Campo Marzio: riproducenti i Dodici Cesari narrati da Svetonio con l’aggiunta di Nerva e Traiano, di un secondo Vitellio e di un altro Tito, erano collocati all’interno delle nicchie della galleria e circondati da una decorazione con rilievi in stucco raffiguranti episodi salienti della vita di ciascuno e personificazioni delle rispettive virtù, eseguita da Cosimo Fancelli tra il 1674 e il 1676 (Hibbard 1962). In tale collocazione la serie è documentata fino al 1830 (Nibby, p. 360), per poi figurare tra le opere esposte nella sala IV della Villa Pinciana nel 1832 (Nibby 1832, p. 96), con una diversa composizione e l’aggiunta di un altro Vespasiano, eseguito da Tommaso Fedeli nel 1619, proveniente dalla sala del Gladiatore.

Stando ai documenti conservati nell’Archivio Borghese la serie era composta, come detto, dai “Dodici Cesari” con l’aggiunta di Nerva e Traiano, di un secondo Vitellio e di un altro Tito (ASV, AB, b. 5688, n. 15, pubblicati in Hibbard 1962, appendice, doc. I, pp. 19-20). Nel 1830 Nibby li identifica– ancora in Campo Marzio – come “16 busti con teste di porfido, rappresentanti i 12 Cesari e 4 consoli”, e due anni dopo quando ormai sono esposti lungo le pareti della sala IV, li elenca come Traiano, Galba, Claudio, Otone, Vespasiano (2 esemplari), Scipione Africano, Agrippa, Augusto, Vitellio (2 esemplari), Tito, Nerone, Cicerone, Domiziano, Vespasiano, Caligola e Tiberio. Se l’ultima citazione – comprendente anche un secondo Vespasiano, eseguito da Tommaso Fedeli nel 1619, proveniente dalla sala del Gladiatore – è quella che corrisponde allo stato attuale della serie (e trova conferma nell’Inventario Fidecommissario del 1833), resta difficile comprendere che fine abbiano fatto i ritratti di Cesare, Tito e Nerva, presenti nel 1674-76 e non più rintracciabili nella serie attuale, chi fosse il quarto console indicato da Nibby nel 1830, dal momento che oggi ve ne sono solo tre (Agrippa, Cicerone e Scipione Africano) e quale sia la provenienza di questi ultimi. Appare quindi ipotizzabile che i busti utilizzati nella galleria – già presenti nel Palazzo Borghese – non corrispondessero ai personaggi previsti nel programma iconografico della volta e che questa difformità abbia in seguito complicato l’identificazione dei ritratti. A sostegno di questa ipotesi è anche la datazione dell’insieme, che la critica è concorde nel ritenere eseguito contemporaneamente nel XVII secolo (Faldi 1954, pp. 16-17; Della Pergola, 1974; Moreno, C. Stefani,2000, p. 129; Del Bufalo 2018, p. 116).

 

 

 

Sonja Felici

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Provenienza
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Inserito tra il 1674 e il 1676 nella decorazione della Galleria del Palazzo Borghese in Campo Marzio (H. Hibbard, Palazzo Borghese Studies. II, the Galleria, in “The Burlington magazine”, 104,1962, pp. 9-20). Inventario Fidecommissario Borghese, 1833, C, p. 49, n. 111. Acquisto dello Stato, 1902.

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Restauri
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1995/1996 C.B.C. Coop. a.r.l.

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Fonti e bibliografia
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A. Nibby, Monumenti scelti della Villa Borghese, Roma 1832, p. 96.

A. Nibby, Roma nell’anno MDCCCXXXVIII. Parte seconda moderna, Roma 1841, pp. 919-920.

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V. Curzi, Allestimenti di dimore romane tra Seicento e Settecento: un itinerario nella tradizione classicista dell’Urbe, in Il capitale culturale, Supplementi 8 (2018), pp. 301-316, in part. 305-306.

D. Del Bufalo, Porphyry. Red imperial porphyry. Power and religion, Torino 2018, p. 116, n. H79.

Scheda di catalogo 12/01008638, S. Pellizzari 1983; aggiornamento S. Felici 2020.

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