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Statua di Afrodite del tipo Louvre-Napoli

metà I secolo d.C.

Arte romana


La statua di Venere, dea dell’amore e simbolo della forza vitale, è stante sulla gamba sinistra e sfiora il suolo con la punta del piede destro retrostante; mentre il braccio corrispondente è sollevato e sorregge un lembo del mantello, il sinistro è piegato in avanti ad angolo retto, porgendo un attributo oggi mancante. La figura è impostata frontalmente: al fianco sinistro inarcato corrisponde la spalla sinistra abbassata. Un chitone sottile avvolge il corpo muliebre, le cui morbide forme sono enfatizzate dalla trasparenza del tessuto, che scivolando lungo il braccio sinistro scopre il seno e la spalla.

Nella replica di età giulio-claudia del celebre tipo statuario dell’“Afrodite Louvre-Napoli” si ravvisa il chiaro influsso di un archetipo della fine del V sec. a.C. ascrivibile, per trattamento del panneggio e ponderazione, alla cerchia fidiaca o policletea.

 


Scheda tecnica

Materia / Tecnica | marmo pentelico


Misure | alt.senza plinto cm. 165


Inventario | LVIII

Posizione | Sala 1 – Sala della Paolina


Periodo | Arte Antica


Tipologia | scultura


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Scheda
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Nel 1828 la statua della “Venere velata, simile ad altra, che esiste al Museo Vaticano, con piedistallo con bassorilievo istoriato” è menzionata fra quelle poste nella “Sala della Bella Cerere” o “Sala della Leda” nel piano generale per il “Nuovo Museo Borghese”, allestito da Camillo Borghese tra il 1819 e il 1832 nel Casino depauperato dalla vendita delle opere della collezione al cognato Napoleone Bonaparte (Moreno 1997, p. 106); nel tentativo di sottolineare i nessi tematici fra le sculture della collezione, la statua è intenzionalmente accostata ad un’altra Afrodite, variante dello tipo (Gasparri 2011, p. 84). Antonio Nibby nel 1832 la menziona nella “Camera I”, corrispondente all’attuale sala I, descrivendola come “Venere o una ninfa nell’atto di lasciarsi cadere il peplo e disciogliersi la tunica per bagnarsi”, posta sopra un’ara rotonda decorata da Menadi danzanti; è ancora Nibby, nel 1838, a citarla, sempre nella sua attuale sistemazione, denominandola questa volta “Venere genitrice”. 

 

La figura insiste sulla gamba sinistra, mentre la destra flessa è portata indietro e aderisce al suolo con la punta del piede; il braccio corrispondente è sollevato nell’atto di tenere un lembo del mantello, mentre l’altro è piegato in avanti ad angolo retto e doveva reggere un attributo – variamente identificato con una brocca, un lembo del mantello o un pomo – qui mancante. Il corpo è avvolto da un leggero chitone senza maniche, movimentato da sottili plissettature, così trasparente da simulare un effetto bagnato, che lascia intravvedere le forme e, scivolando lungo il braccio sinistro, scopre il seno e la spalla.

 

Nella scultura si riconosce la replica del celebre tipo statuario dell’”Afrodite Louvre-Napoli” (Delivorrias et alii 1984, pp. 33-35, nn. 225-240) – cosiddetta dalla prima replica nota ora al Louvre (Parigi, Louvre MA 525; Brinke 1996, pp. 19-20, R 3) – denominata anche Louvre-Holkham Hall o Parigi-Norfolck (Brinke 1996, pp. 24-25, R 9; Angelicoussis 2001, pp. 82-83, n. 3). La testa, ricomposta da due frammenti e ampiamente rilavorata, non è pertinente al tipo, pur riproponendo una acconciatura propria di altre raffigurazioni di Venere. Il prototipo – in bronzo – venne probabilmente creato fra 420-400 a.C. ed è generalmente ascritto a un artista della cerchia fidiaca o policletea; se in passato, infatti, sono stati fatti nomi di allievi di Fidia attivi alla fine del V sec. a.C., negli ultimi anni si è prediletta una associazione alla figura di Callimaco, scultore argivo di scuola fidiaca o a un artista di scuola policletea entrato in contatto con il cantiere del Partenone, in virtù del carattere eclettico dell’opera, che coniuga sapientemente elementi attici nel trattamento del panneggio ad altri propriamente argivi nella ponderazione. Si è ipotizzata, inoltre, la funzione di simulacro di Afrodite reduplicato nei due santuari gemelli a lei dedicati ad Atene, da cui provengono numerose repliche, e Trezene in Argolide (La Rocca 1972-73, p. 440).

 

L’immagine ebbe grande successo e venne riprodotta in copie di vario formato destinate ad ambiti residenziali, funerari o pubblici a partire dall’età ellenistica e soprattutto imperiale, in particolare in età giulio-claudia e nel periodo compreso fra l’età di Adriano e gli Antonini (Karanastassis 1986, pp. 217-259; Brinke 1991, pp.147-243; Brinke 1996, pp. 18-59). La capillare diffusione in tutte le città dell’impero in prima età imperiale può senza dubbio essere ricondotta all’ampio interesse per Venere quale madre di Enea e progenitrice della gens Iulia, mentre non è possibile, come proposto da vari studiosi in passato, riconoscere alcun legame fra il tipo statuario in esame e la statua di culto di Venus Genetrix nel Foro di Cesare a Roma – la cui creazione è associata da Plinio alla figura di Arkesilaos (Naturalis Historia XXXV, 155f) – né con il simulacro posto nel tempio di Venere a sostituzione del primo in occasione della riconsacrazione traianea del 113 d.C. (Capaldi 2009, p. 64 nota 26).

L’andamento monotono e quasi metallico delle pieghe del panneggio e l’irrigidimento delle forme plastiche, che trova un confronto puntuale nella replica nella Collezione Farnese a Napoli (MANN inv. 5997), permettono di assegnare l’opera alla metà del I sec. d.C.

 

 

 

Jessica Clementi

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Provenienza
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Inventario Fidecommissario Borghese, 1833, C, n. 39. Acquisto dello Stato, 1902.

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Restauri
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1996 Consorzio Capitolino

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Fonti e bibliografia
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A. Nibby, Monumenti scelti della Villa Borghese, Roma 1832, pp. 58-59, n.4.
A. Nibby, Roma nell’anno 1838, Roma 1841, p. 914, n.5.
E. A. Braun, Vorschule der Kunstmythologie, Gotha 1854, p. 46, tav. 73.
J. J. Bernoulli, Aphrodite, Leipzig 1873, p. 87, n. 3.
S. Reinach, La Vénus drapée au Musée du Louvre, in “Gazette Archéologique”, 1887, p. 250-262, in part. p. 257 nota 3.
A. Venturi, Il Museo e la Galleria Borghese, Roma 1893, p. 20.
W. Klein, Praxiteles, Leipzig 1898, p. 55 nota 5.
G. Giusti, La Galerie Borghèse et la Ville Humbert Premier à Rome, Roma 1904, p. 19.
W. Helbig, Führer durch die öffentlichen Sammlungen klassischer Altertümerin Rom (3a Edizione), a cura di W. Amelung, II, Leipzig 1913, p. 237-238, n. 1539.
A. De Rinaldis, La R. Galleria Borghese in Roma, Roma 1935, p. 8.
G. Lippold, Griechische Plastik, München 1950 (Handbuch der Archäologie, III, 1), p. 168 nota 1.
P. Della Pergola, La Galleria Borghese in Roma, Roma 1954, p. 8.
W. Fuchs, Die Aphrodite Typus Louvre-Napoli und seine neuattischen Umbildungen, in Neue Beiträge, Festschrifi B. Schweitzer, Stuttgart, Kéin 1954, pp. 206-217, in part. p. 216 nota 58.
R. Calza, Catalogo del Gabinetto fotografico Nazionale, Galleria Borghese, Collezione degli oggetti antichi, Roma 1957, p. 7, n. 11.
W. Helbig, H. Speier, Führer durch die öffentlichen Sammlungen Klassischer Altertümer in Rom, (4a Edizione), a cura di H. Speier, II, Tübingen 1966, p. 715, n. 1953 (Fuchs).
D. Arnold, Die Polykletnachfolge, Berlin 1969 (Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, 25. Ergänzungsheft), p. 75 nota 292.
M. Bieber, Ancient Copies, Contributions to the History of the Greek and Roman Art, New York 1977, p. 46, fig. 126.
E. La Rocca, Una testa femminile nel museo Nuovo dei Conservatori e l’Afrodite Louvre-Napoli, in “Annuario della Scuola Archeologica Italiana di Atene” 50-51, 1972-73, pp. 419-450.
P. Moreno, Museo e Galleria Borghese, La collezione archeologica, Roma 1980, p. 11.
P. Moreno, S. Staccioli, Le collezioni della Galleria Borghese, Milano 1981, p. 100, fig. a p.85.
A. Delivorrias et alii, s.v. Aphrodite, in “Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae”, II,1 Zürich München 1984, pp. 33-35, nn. 225-240, tavv. 25-27.
P. Karanastassis, Untersuchungen zur kaiserzeitlichen Plastik in Griechenland, 1. Kopien Varianten und Umbildungen nach Aphrodite-Typen des 5. Jhs. V. Chr., in “Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Athenische Abteilung” 101, 1986, pp. 207-291.
M. Brinke, Kopienkritische unf typologische Untersuchungen zur statuarischen Überlieferung der Aphrodite Typus Louvre-Neapel, Antiquitates 1, Hamburg 1991.
M. Brinke, Die Aphrodite Louvre-Neapel, in “Antike Plastik”, 25, Munchen 1996, pp. 7-64, in part. pp. 22-23, R7 tav. 16.
P. Moreno, L’antico nella stanza, in Venere vincitrice: La Sala di Paolina Bonaparte alla Galleria Borghese, Roma 1997, pp. 73-117, in part. p. 106.
E. Angelicoussis, The Holkham Collection of Classical Sculptures, MAR 30, Mainz 2001, pp. 82-83, n. 3.
P. Moreno, C. Stefani, Galleria Borghese, Milano 2000, p. 67 n. 5.
P. Moreno, A. Viacava, I marmi antichi della Galleria Borghese. La collezione archeologica di Camillo e Francesco Borghese, Roma 2003, p. 144, n. 109.
C. Capaldi, Statua di Afrodite tipo Louvre-Napoli, in C. Gasparri (a cura di), Le sculture Farnese. I. Le sculture ideali, Verona 2009, pp. 62-64 n. 25.
C. Gasparri, Marmi antichi a Villa Borghese. Tre secoli di storia del collezionismo a Roma, in I Borghese e l’antico, catalogo della mostra (Roma, Galleria Borghese, 2011-2012), a cura di Anna Coliva, Milano 2011, pp.75-87, in part. p. 84 fig. 13.
Scheda di catalogo 12/00147859, P. Moreno 1975; aggiornamento G. Ciccarello 2021

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