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Toletta di Venere (o la Primavera)

Albani Francesco
(Bologna 1578 - 1660)


Il tondo rappresenta Venere allo specchio, circondata da tre ninfe – forse le Grazie – che le stanno acconciando i capelli, mentre intorno a loro alcuni putti giocano con i frutti della terra annunciando il risveglio della natura e l’arrivo della primavera.

L’opera fa parte di una serie acquistata dal cardinale Scipione Borghese nel 1622, composta da altri tre dipinti – Venere nella fucina di Vulcano (inv. 35), Venere e Adone (inv. 44) e Il trionfo di Diana (inv. 49) – che narrano gli amori degli dèi e la vittoria finale della casta Diana su Venere. Con buona probabilità, questo tema è tratto dalle Eikones di Filostrato di Lemno, in cui si raccontano i giochi degli amorini nelle quattro stagioni. Nel dipingere le tele, Albani utilizzò come modelli gli stessi membri della sua famiglia – le due mogli per la figura di Venere e i figli per i puttini – esibendosi in un genere che gli permise di sfoggiare la propria sapienza letteraria e di inserire nella favolosa dimensione mitologica una vena naturalistica.

Tra le copie di grande qualità di questo dipinto si segnalano la tela del Colegio de Santamarca a Madrid e la versione conservata presso la pinacoteca Sanssouci di Potsdam.


Scheda tecnica

Materia / Tecnica | olio su tela


Misure | diam. cm 154


Inventario | 40

Posizione | Sala 14 – Loggia ​di Lanfranco


Periodo | '600


Tipologia | pittura


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  • Restauri
  • Cornice
Scheda
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Questa tela appartiene a una serie formata da quattro tondi eseguita dal pittore bolognese Francesco Albani per arricchire la superba collezione del cardinale Scipione Borghese. L’opera fu acquistata dal potente prelato nel 1622 per il tramite del suo tesoriere Stefano Pignatelli, come si evince da un pagamento, datato 13 ottobre 1622, emesso in favore del doratore Annibale Durante per tre cornici tonde “fatte a festoni intagliati a frutta quali servono alli tre quadri dell’Albano”. Resta ancora ignota la ragione per cui non viene menzionata la quarta tela – con buona probabilità Il trionfo di Diana – che, stando alla critica, dovette essere eseguita contestualmente all’acquisto degli altri tre dipinti – La toeletta di Venere (inv. 40), Venere nella fucina di Vulcano (inv. 35) e Venere e Adone (inv. 44) – forse per conferire al ciclo un nuovo significato. Con l’aggiunta de Il trionfo di Diana, infatti, i primi tre tondi, raffiguranti le storie di Venere, rinascono sotto una nuova luce, trattando non solo della dea della bellezza, bensì della rivalità fra l’Amore e la Castità, virtù incarnate dalle due divinità, e del trionfo della casta Diana sulla bella Venere.

Secondo la critica, inoltre, sembra che per questo ciclo il pittore si sia ispirato alle Eikones di Filostrato di Lemno. Questo testo, che ebbe una notevole fortuna nell’arte del Cinque e del Seicento, descrive sotto forma di dialogo, una visita a una villa nei pressi di Napoli in cui un maestro e i suoi allievi ammirano sessantaquattro quadri, tra cui alcuni raffiguranti i giochi degli amorini attraverso le quattro stagioni, come il lancio dei pomi in primavera, la fucina in estate, il congedo di Venere da Adone in autunno e il sonno in inverno.

Il ciclo è citato per la prima volta nel 1650, nell’opera di Iacomo Manilli nel casino di Porta Pinciana; qui rimase fino al 1658, quando per ragioni di sicurezza, Giovanni Battista Borghese lo fece trasferire nel palazzo di città, dove risulta documentato sia nell’inventario del 1693, sia da Domenico Montelatici nel 1700. Contestualmente al trasferimento del ciclo presso la residenza di Campo Marzio, il principe Borghese fece eseguire una copia dei tondi da destinare alla villa, due dei quali sono stati identificati da Eric van Schaack presso il Colegio de Santamarca a Madrid (La toeletta di Venere e Il trionfo di Diana). Nel 1803, al seguito di Camillo II Borghese, la serie fu portata a Parigi dove rimase fino al 1816, quando rientrò definitivamente a Roma.

Ancora dubbia resta la sua data di esecuzione. Stando agli studi, la serie fu realizzata entro il 1618, anno del rientro del pittore a Bologna, oppure nel 1621-22, non essendo menzionata nelle Considerazioni sulla pittura di Giulio Mancini, testo scritto a Roma tra il 1619-20. Secondo van Schaack, invece, le tele furono terminate entro il 1621, quando il pittore, chiamato alla corte di Ferdinando Gonzaga a Mantova, eseguì un ciclo analogo, in cui figurano diversi particolari ripresi dalla serie Borghese. Ad ogni modo, l’analisi stilistica conferma quanto finora espresso dagli studi poiché le tele richiamano alla mente le opere dell’Albani eseguite a cavallo tra il secondo e il terzo decennio del Seicento, anni in cui il pittore produsse soggetti simili, come il ciclo oggi al Louvre, iniziato per il duca di Mantova e terminato per il principe Gian Carlo de’ Medici.

La serie ebbe un enorme successo, come dimostrano i tondi con la rappresentazione dei quattro Elementi, eseguiti per il cardinale Maurizio di Savoia (Torino, Galleria Sabauda); e la Danza degli Amorini, già in collezione Sampieri a Bologna (Milano, Pinacoteca di Brera).

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Provenienza
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Roma, cardinale Scipione Borghese, 1622 (Della Pergola 1955, p. 15);

Inv. 1700;

Parigi, 1803-16;

Roma, 1816;

Inv. fidecommissario, 1833, A, p. 11;

Acquisto dello Stato, 1902.

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Mostre
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1985 Roma;

1986 Bologna;

1987 New York;

1988-89 Roma;

1996-97 Lecce;

1992 Roma;

2004 Roma;

2008 Tokyo;

2011 Madrid;

2011 Parigi.

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Restauri
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1937 Carlo Matteucci;

1960-61 Renato Massi;

1962-63 Alvaro Esposti, Decio Podio;

1993 Marcone/Sannucci;

1996-97 Paola Tollo;

2006-07 Paola Tollo.

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Cornice
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Cornice ottocentesca decorata con loto e palmette.

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