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DAMIEN HIRST – ARCHAEOLOGY NOW


DAMIEN HIRST – ARCHAEOLOGY NOW Damien Hirst. Photographed by Prudence Cuming Associates © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS 2021

Damien Hirst è sicuramente uno degli artisti più celebri, celebrati e controversi della sua generazione. Il suo stesso percorso professionale nel mondo dell’arte ha contribuito a modificare il ruolo e l’immagine dell’artista nella società e nei media.

Damien Hirst è nato nel 1965 a Bristol ed è cresciuto a Leeds. Nel 1984 si è trasferito a Londra, dove ha lavorato nel settore edile prima di studiare al Fine Art al Goldsmiths College, l’equivalente di una nostra accademia di belle arti, dal 1986 al 1989. Nel 1995 ha ricevuto il Turner Prize, il riconoscimento più prestigioso nel Regno Unito.

Dalla fine degli anni ’80, Hirst ha esplorato le tecniche più disparate, dall’installazione alla scultura, dalla pittura al disegno focalizzandosi sul complesso rapporto tra arte, vita e morte. Nelle sue stesse parole: “L’arte riguarda la vita e non può davvero essere nient’altro… non c’è nient’altro”.

Hirst ha sviluppato il suo interesse nell’esplorare “l’idea inaccettabile” della morte da adolescente a Leeds. Dall’età di sedici anni, ha fatto visite regolari al dipartimento di anatomia della Leeds Medical School per realizzare disegni dal vero. Queste esperienze servirono a stabilire le difficoltà che percepiva nel conciliare l’idea della morte nella vita.

Per Damien Hirst, la morte diviene un oggetto di rappresentazione; vertendo non solo sulla sua universalità e inevitabilità, ma anche sulla sua dimensione storica e sull’influenza socio-culturale sul suo opposto: la vita. Il rapporto tra la vita e la morte – sia nel suo impatto esistenziale che antropologico – è stato un importante catalizzatore di tutta la straordinaria carriera di Hirst fino ad ora.

Nella pratica di Hirst la morte è sempre presente, rappresentata non solo dagli elementi tradizionali del memento mori – il teschio e lo scheletro – ma anche nella rappresentazione del tentativo utopico di superarla; uno sforzo per prolungare la vita, nella realtà, oltre che nell’immaginario. L’estetica di derivazione farmaceutica degli armadietti dei medicinali e degli spot paintings; degli animali conservati in formaldeide; i monocromi composti da strati di insetti, per citarne solo alcuni, sono sublimi serializzazioni dell’ossessione contemporanea di lottare contro la decomposizione e il consumo del corpo e delle sue capacità cognitive.

Durante il suo secondo anno all’accademia, Hirst ha ideato e curato “Freeze”, una mostra collettiva in tre fasi, divenuta storica e il simbolo di un nuovo modo di organizzare e diffondere l’attività artistica. La mostra degli studenti di Goldsmiths è comunemente riconosciuta come il punto di lancio non solo per Hirst, ma per una generazione di artisti britannici. Per la sua fase finale Hirst ha dipinto due serie di cerchi colorati sulle pareti del deposito industriale abbandonato che ospitava la rassegna. Hirst descrive gli spot paintings come un mezzo per “fissare la gioia del colore” e spiega che hanno fornito una soluzione a tutti i problemi che aveva avuto in precedenza con il colore. È diventata una delle serie più prolifiche e riconoscibili dell’artista e nel gennaio 2012 le opere sono state esposte in una mostra senza precedenti in undici sedi della Gagosian Gallery in tutto il mondo.

Dopo la sua prima mostra personale al The Old Court Gallery a Windsor nel 1988, nel 1991 Hirst ha tenuto un’altra mostra personale alla Woodstock Street Gallery di Londra, con una serie di tele monocrome su cui si posavano delle farfalle vere. L’anno successivo ha anche partecipato alla mostra Young British Artists alla Saatchi Gallery. In quell’occasione espose “L’impossibilità fisica della morte nella mente di qualcuno che vive”, una teca di vetro lunga 4 metri con uno squalo conservato nella formaldeide.
Hirst ha continuato a stupire il mondo dell’arte con il suo lavoro alla Biennale di Venezia del 1993, con “Mother and Child (Divided)”, un’installazione che esponeva una mucca divisa in due e il suo vitello esposti in quattro teche di vetro, riempite di formaldeide. L’archetipo materno ed il suo figlio sono separati metaforicamente – l’uno dall’altro – e letteralmente – da se stessi – in un’esplorazione del loro interno, resa tangibile dalla rigida ed asettica simmetria della struttura che li contiene ed espone – un attraversamento reale anziché traslato nelle viscere del percorso di ogni essere vivente, dell’origine, dell’inconscio.



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