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LA GALLERIA BORGHESE RACCONTA UN CAPOLAVORO: AMOR SACRO E AMOR PROFANO DI TIZIANO


LA GALLERIA BORGHESE RACCONTA UN CAPOLAVORO: AMOR SACRO E AMOR PROFANO DI TIZIANO

E’ uno dei dipinti più celebri di Tiziano e di tutta l’arte italiana: opera di raro equilibrio compositivo e cromatico e densa di significati simbolici. Una vera icona della complessità della cultura rinascimentale veneziana nei primi anni del Cinquecento e della raffinatezza dell’arte di Tiziano, all’epoca fra i 25 e i 30 anni.

E’ incentrata sul ruolo contrapposto delle due figure femminili, gemelle nel volto: il cosiddetto Amor profano o Venere Terrena, riccamente abbigliata e seduta su un sarcofago; e il cosiddetto Amor sacro o Venere Celeste, nuda, leggermente appoggiata sul bordo della vasca, con un piccolo braciere in mano. Fra di loro un Cupido mescola l’acqua nel sarcofago con una mano. Il quadro ha avuto nei secoli molte interpretazioni diverse, soprattutto sul significato delle due donne. E’ difficile dubitare che la seconda sia una Venere; nella prima invece, al di là di altre possibili ipotesi, sono ravvisabili gli attributi di una sposa.

Il dipinto è stato infatti eseguito per il matrimonio fra Niccolò Aurelio, segretario del Consiglio dei Dieci di Venezia, e Laura Bagarotto, gentildonna padovana, come attestano gli stemmi della coppia visibili nel sarcofago e nel bacile d’argento. I due si sposarono il 17 maggio 1514 a Venezia. Ma il matrimonio non nasceva sotto buoni auspici: tempo prima infatti il Consiglio dei Dieci di Venezia aveva condannato a morte il padre di Laura, giurista padovano accusato di alto tradimento. Quando Niccolò Aurelio la chiese in moglie, è evidente che Laura non volesse sposare uno dei giudici di suo padre. Ma Venezia le restituì la dote sequestrata e Aurelio si adoperò per un processo di riabilitazione del Bagarotto: e i due si sposarono. Il dipinto è stato commissionato per celebrare quelle nozze, forse come dono alla sposa. E in tal senso è un quadro di persuasione all’Amore, in cui si mostra come l’amore sia un mezzo di elevazione dell’anima, secondo le dottrine filosofiche neoplatoniche diffuse a Venezia in quegli anni.

Al centro della composizione si trova un sarcofago: simbolo di morte, può alludere alla morte del padre di lei. Ma è pieno d’acqua, è una fonte, e l’acqua è il più evidente simbolo di vita. In mezzo, il piccolo Eros mescola l’acqua, media, trasforma la morte in promessa di vita: solo l’Amore può farlo.

La donna seduta e elegantemente abbigliata mostra una serie di indizi che la connotano come sposa di rango elevato: i guanti, segno di distinzione sociale; le rose e la coroncina di mirto in testa, sacri a Venere e allusivi al matrimonio; la scatola da cucito d’argento sbalzato, ovvero il dono che il compare di anello faceva alla sposa. Una sposa fredda e compassata, sia nell’espressione che nella scelta cromatica operata da Tiziano. L’altra donna, nuda ma con il bruciaincenso fumante in mano, segno di elevazione, si gira verso la prima come a chiamarla e a mostrarle la strada: un percorso che filosoficamente deve tendere all’amor spirituale, alla sublimazione. Ma questa seconda donna è anche più calda cromaticamente, più morbida, più sensuale. Perché anche questa è la persuasione operata nei confronti di questa sposa gelida e socialmente inappuntabile: che si trasformi in una moglie innamorata.

Gli auspici del dipinto dovettero realizzarsi, perché dal testamento di Niccolò Aurelio si evince che il loro fu un matrimonio riuscito.

Il dipinto è entrato nel catalogo Borghese con l’acquisizione della ricca collezione di dipinti del cardinale Sfondrato da parte di Scipione Borghese nel 1608.